Israele, studio inedito mostra che l’acqua scorreva su Marte

I ricercatori del Weizmann Institute in Israele, hanno di recente dimostrato che l’attività vulcanica che ha avuto luogo su Marte potrebbe aver indotto ad un riscaldamento dell’atmosfera, consentendo la liquefazione dell’acqua, attualmente bloccata sotto forma di calotte polari che si trovano su questo freddo pianeta.

Oggi l’acqua su Marte si può osservare solo nella forma solida delle calotte polari, ad eccezione dei canyon dell’equatore dove vi è dell’acqua liquida molto salata. Le condizioni di temperatura e la pressione su questo pianeta provocano istantaneamente la solidificazione o la sublimazione dell’acqua.

Per tale motivo, alcune osservazioni effettuate negli ultimi anni su Marte suggeriscono che l’acqua fosse in grado di esistere sotto forma liquida. Questo spiegherebbe le immagini mozzafiato inviate dal Rover Curiosity della NASA che mostra valli, crateri ed altre formazioni geologiche le cui presenze potrebbero essere spiegate dalla presenza di acqua che erode le roccia. L’analisi dei campioni raccolti sul pianeta mostra anche la presenza di minerali la cui formazione è direttamente legata alla presenza di acqua. E se effettivamente l’acqua fosse stata liquida vi sono molte probabilità di sviluppo di vita su Marte.

Questa ipotesi è supportata da un recente studio pubblicato dalla NASA che mostra per la prima volta la presenza di molecole organiche sul pianeta.

I vulcani all’origine della liquefazione dell’acqua

Le ricerche effettuate al Weizmann Institute dal Dr. Itay Halevy e dal Prof. James Head della Brown University (USA) suggeriscono che i vulcani su Marte, ormai estinti, potrebbero aver periodicamente riscaldato l’atmosfera grazie all’emissione di zolfo. Secondo questo modello pubblicato sulla rivista Nature Geoscience, l’acqua su Marte si è liquefatta e così si sarebbero formate le strutture che osserviamo oggi.

Spiegare come l’attività vulcanica possa aver raffreddato l’atmosfera sembra paradossale perché sulla Terra avviene esattamente il contrario: le emissioni di zolfo e le polveri delle eruzioni vulcaniche tendono a raffreddare il pianeta, impedendo ai raggi solari di attraversare l’atmosfera. Una attività vulcanica intensa sarebbe la causa della piccola era glaciale tra il 1300 e 1800 dell’era volgare e, più indietro nel tempo, avrebbe contribuito all’estinzione dei dinosauri alla fine del periodo Cretaceo. Ma su Marte, i ricercatori ipotizzano che l’atmosfera fosse molto più polverosa per cui gli effetti delle eruzioni vulcaniche sarebbero potuti essere diversi.

Un nuovo modello esplicativo

Per comprendere meglio il fenomeno, i ricercatori hanno calcolato le dimensioni di antiche eruzioni vulcaniche osservate sulla superficie del pianeta. Le loro stime indicano che le eruzioni erano molto violente, probabilmente cento volte più intense di quelle che si verificano sulla Terra e che la durata si aggirava intorno ai 10 anni.

Il modello sviluppato dai ricercatori israeliani mostra che una grande quantità di gas serra emessi durante l’eruzione vulcanica avrebbe portato al riscaldamento globale. Sicuramente però il tutto sarebbe compensato dal raffreddamento causato da particelle di acido solforico che impediscono ai raggi solari di entrare nell’atmosfera. Tuttavia, considerando l’atmosfera di Marte polverosa, l’acido solforico si sarebbe allora depositato intorno alle polveri, riducendo il raffreddamento e producendo un effetto positivo riscaldando quindi il pianeta. Questo aumento di temperatura di qualche grado, sarebbe stato sufficiente per permettere all’acqua di diventare liquida nelle latitudini inferiori.

I ricercatori suppongono che intorno all’equatore di Marte, l’acqua potrebbe aver avuto la possibilità di durare decine o addirittura centinaia di anni dopo le eruzioni vulcaniche, scolpendo così la superficie del pianeta rosso.

Fonte | Weizmann Institute

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